Non fidiamoci della…Natura

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La lezione di Raganello: non fidiamoci della natura

Ci illudiamo spesso che la tecnologia ci renda onnipotenti e al di sopra delle regole della natura, ma la verità che ci sbatte in faccia la tragedia di Raganello è un’altra. Perché la natura, come Leopardi ci insegna, non ci considera minimamente e le basta un sussulto per spazzarci via

di Andrea Coccia

Dobbiamo mettercelo in testa prima o poi: ogni tanto, soprattutto quando in ballo non ci sono ponti che abbiamo costruito noi, ma gole scavate dall’acqua in millenni, dobbiamo riuscire a fare i conti con la realtà e accettare che spesso non è così. Perché la natura non è al nostro servizio e anche se il nostro sproporzionato potere tecnologico e una certa arroganza positivista ce lo può far pensare, non siamo noi i padroni del capo da gioco e le regole non le dettiamo noi.

Il nostro senso di superiorità rispetto alla Natura e di onnipotenza di fronte alle sue regole non è in realtà un fenomeno così recente. Anzi. Dalla brutta fine di Prometeo, condannato ad essere il pasto quotidiano di un aquila per aver creduto di potersi sostituire agli dei — che altri chiamano la Natura — donando il fuoco all’Umanità, fino al quel povero illuso dell’islandese che nelle Operette Morali di Leopardi finisce, ahilui, mummificato di fronte alla Natura in persona dopo che per tutta la vita l’aveva fuggita, il nostro immaginario è ricco di moniti su quanto sia illusoria la nostra sensazione di onnipotenza.

Evidentemente siamo duri di comprendonio. Perché mai? La risposta è bifida. La prima è una spiegazione, che vale da tanto tempo e che ultimamente potremmo definire come “sindrome di Elon Musk”, è la convinzione ossessiva da parte degli uomini — quasi tutti, mica solo il miliardario sudafricano — di potersi elevare al di sopra delle regole della natura grazie alla tecnologia. E questo succede da sempre, quantomeno da Prometeo in poi, ovvero dalla conquista del fuoco.

La seconda è una spiegazione più interessante e vicina a noi. È quella, tutta novecentesca, che c’entra l’impero pop creato da Walt Disney, «l’ultimo dei figli bastardi del romanticismo», come lo definisce spesso Werner Herzog, che del rapporto conflittuale tra Uomo e Natura ha sempre fatto una delle sue leve creative in quasi tutti i suoi lavori.

Sì,sì, proprio quel Walt Disney lì. Quello che rubando e violentando la lezione delle fiabe di gente come i fratelli Grimm e non capendo fino in fondo la vera lezione romantica, ha preso la natura, implacabile arbitra della vita e della morte, e l’ha resa placida e benevolente, mettendoci in testa la grande baggianata di mamma natura.

Ma la natura non è una mamma, e i suoi cicli sono incuranti di noi. E anche se un certo positivismo scientista continua a tentarci sussurrandoci nell’orecchio che se abbiamo spezzato l’atomo allora possiamo conquistare l’Universo e piegarlo al nostro volere, per fortuna ci resta ancora la lezione di umiltà della filosofia e della letteratura, quella dei Leopardi, per l’appunto, che fino all’ultimo, in quel capolavoro della Ginestra, ci ha ricordato che è sulle pendici dei vulcani e nella terra sotto di noi che si vede il destino dell’Umanità, non certo nel cielo stellato sopra di noi.

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Immagini dal web

walter-binni-legge-la-ginestra/

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,

Cui là nel tardo autunno

Maturità senz’altra forza atterra,

D’un popol di formiche i dolci alberghi,

Cavati in molle gleba

Con gran lavoro, e l’opre

E le ricchezze che adunate a prova

Con lungo affaticar l’assidua gente

Avea provvidamente al tempo estivo,

Schiaccia, diserta e copre

In un punto; così d’alto piombando,

Dall’utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli,

O pel montano fianco

Furiosa tra l’erba

Di liquefatti massi

E di metalli e d’infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l’estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse

In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove

Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello

Son le sepolte, e le prostrate mura

L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.

Non ha natura al seme

Dell’uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

che nell’altra è la strage,

Non avvien ciò d’altronde

Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde

Da: www.liceomorgagni.gov.it

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