Elogio della sete…

Josè Tolentino Mendonca

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Romena 🔆 convegno Nutrire la Vita

Elogio della sete

1) Apprendisti dello stupore.

“doveva attraversare la Samaria.Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicino al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le dice Gesù: <<dammi da bere>> (Gv 4,4-7)

<<Meravigliati ancora>>, <<stupisciti ancora una volta>>: è questo che il testo evangelico di san Giovanni ci suggerisce. Noi che, arrivati ad un certo punto della vita, crediamo di avere già visto tutto, di avere già vissuto e conosciuto tutto, e guardiamo la realtà protetti da quella che riteniamo una distanza, o un sapere accumulato, qui ci troviamo letteralmente disarmati dallo stupore. Gesù si rivolge ad una anonima donna samaritana e le fa una richiesta inimmaginabile. Le dice tre parole:<<dammi da bere>>. Lei veniva ad attingere acqua per fare subito ritorno al villaggio, veniva con il pensiero della sua casa,delle sue faccende, di come risolvere le sue necessità. I suoi passi erano più o meno calcolati, con andate e ritorni ben programmati,e d’un tratto viene colta di sorpresa: da quella richiesta e da quell’interlocutore.

Per quanto ciò possa sconcertarci, sono queste le parole che Gesù ci rivolge, dal bordo del pozzo che rappresenta questo momento della nostra vita: <<dammi quello che hai. Apri il tuo cuore. Dammi quello che sei>>. egli dà un taglio al groviglio della routine, dei calcoli e degli interdetti, visibili o sommersi, che costringono la nostra vita in un impasse, anche se sotto l’apparenza della normalità. Rompe con la prevedibilità sonnambula delle nostre traiettorie, delle nostre cieche navette tra la casa e il pozzo, e ci dice: <<dammi da bere>>. Forse non avevamo ancora scoperto che il nostro pozzo può servire a questo.

Essendo di condizione divina, come spiega san Paolo, Gesù non si avvalse della sua eguaglianza con Dio, ma si annichilì per farsi servo ultimo e radicale della nostra umanità (Fil 2,6-11). E, pur non avendo il Signore bisogno del nostro contributo, ci dice: <<Non te ne dispenso. Ho bisogno di te. Dammi da bere>>. In qualunque stagione della vita, e concretamente in questa che viviamo, è una richiesta che provoca perplessità e sconcerto. ci invade come un brivido. Perché siamo noi quelli venuti a bere; siamo venuti fin qui, ci siamo diretti al pozzo per dissetarci. La sete, ben sappiamo cos’è. Fatica e bisogno li conosciamo bene. Siamo noi che, come dice il profeta, zigzaghiamo da un mare all’altro, erriamo dall’una all’altra estremità, cercando dappertutto e senza trovare (Am 8,12). E adesso è Gesù che viene a dirci: <<dammi da bere>>.

Josè Tolentino Mendonca Elogio della sete

Dopo gli esercizi

Tutti sanno cosa vuol dire avere sete. È un’esperienza comune a ogni essere vivente, eppure possiede molteplici sfaccettature. Rimanda a significati di concretezza fisiologica come di tensione simbolica. Dice di bisogni e di desideri. Di vuoto e di slancio verso il pieno. Di tristezza e di morte come di ricerca attiva della freschezza di una sorgente. Avere sete e dissetarsi: di questo parla José Tolentino Mendonça nelle sue riflessioni che hanno guidato gli esercizi spirituali nel tempo di Quaresima per papa Francesco e la Curia romana, e che ora sono qui raccolte.

C’è la sete vera, quella delle periferie del mondo, la sete di cui si muore, e c’è la sete che è dolore dell’anima, vulnerabilità estrema di una vita che non trova via d’uscita. C’è la sete che è malattia dell’essere sempre insoddisfatti, prigionieri della mercificazione del desiderio, ma c’è anche la sete che fa muovere, che diventa spinta per un nuovo viaggio esistenziale. È soprattutto questo, l’opportunità di crescita umana e spirituale offerta dalla sete, che a Tolentino preme sottolineare, ricercandone le tracce nelle Scritture come nella letteratura e nella poesia. Dalla samaritana che nel dialogo con Gesù scopre che non è dell’acqua del pozzo che ha sete, al desiderio di vedere il volto di Dio come sete viscerale di tutto il creato; dalla sete del Crocifisso che è sete degli uomini, alla beatitudine della sete che amplifica il nostro desiderio, la nostra ricerca di Dio. Fino alla scoperta del dono che la sete ci fa, l’acqua viva dello Spirito, e alla consolazione senza pari che proviamo nell’abbraccio dell’ultima frase di Gesù contenuta nelle Scritture, nel Libro dell’Apocalisse: «Chi ha sete, venga».

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L’elogio Della Mistica Di José Tolentino Mendonça

Alla conclusione degli esercizi spirituali predicati da padre José Tolentino Mendonça papa Francesco lo ha ringraziato: “Grazie, Padre, per averci parlato della Chiesa, per averci fatto sentire la Chiesa, questo piccolo gregge. E anche per averci ammonito a non ‘rimpicciolirlo’ con le nostre mondanità burocratiche!

Grazie per averci ricordato che la Chiesa non è una gabbia per lo Spirito Santo, che lo Spirito vola anche fuori e lavora fuori. E con le citazioni e le cose che Lei ci ha detto ci ha fatto vedere come lavora nei non credenti, nei ‘pagani’, nelle persone di altre confessioni religiose: è universale, è lo Spirito di Dio, che è per tutti.

Anche oggi ci sono dei ‘Cornelio’, dei ‘centurioni’, dei ‘guardiani del carcere di Pietro’ che vivono una ricerca interiore o anche sanno distinguere quando c’è qualcosa che chiama. Grazie per questa chiamata ad aprirci senza paure, senza rigidità, per essere morbidi nello Spirito e non mummificati nelle nostre strutture che ci chiudono. Grazie, padre. E continui a pregare per noi”.

Il teologo e poeta portoghese, vicedirettore dell’Università Cattolica di Lisbona, per gli esercizi spirituali papali aveva scelto come tema delle sue predicazioni l’ ‘Elogio della sete’ e nell’introduzione, intitolata ‘Apprendisti dello stupore’, aveva commentato la prima parte del racconto di Giovanni (Gv 4.5-24) sull’incontro tra Gesù e la samaritana al pozzo, perché ‘anche Dio è mendicante dell’uomo’.

Le sollecitazioni proposte dal poeta portoghese al papa possono essere approfondite nel suo libro ‘La mistica dell’istante – Tempo e Promessa’: “Esiste una mistica da praticare nel qui e ora della vita, che parte dall’uomo tutto intero, anima (certo) ma anche corpo, sensazioni, relazioni.

E’ la ‘mistica dell’istante’, che riconosce come portali d’ingresso del divino nella nostra vita i cinque sensi, quanto di più concreto e corporeo ci caratterizza. Perché l’istante è il contatto fra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole dell’umano. E’ il fango in cui la vita si modella e si scopre. E’ il fragile ponte di corda che unisce il tempo e la promessa”.

Questo libro di José Tolentino Mendonça guida il lettore verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l’uomo contemporaneo. Non si tratta di tesi nuove, ma tutto rientra nell’alveo della rivalutazione del corpo, o meglio, dell’abbandono di quella netta separazione tra anima e corpo che aveva caratterizzato la cultura occidentale, e pure secoli di cristianesimo, dalla filosofia greca in poi.

Nulla nella Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento giustifica la divisione, anzi la concezione dell’uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo: il corpo è immagine e somiglianza di Dio, la ‘lingua materna di Dio’, scrive il teologo portoghese.

Nel libro lo scrittore si domanda quale è il contributo dell’esperienza religiosa al mondo: “Quando penso al contributo che l’esperienza religiosa dà nel presente e potrà dare, in un futuro prossimo, alla cultura, al tempo e al modo dell’esistenza umana, penso all’immenso patrimonio spirituale che nasce dall’amicizia con i poveri.

I poveri spesso si siedono alle porte delle chiese. In realtà, essi non sono seduti davanti alla porta, ma sono loro la porta per arrivare a Dio, questo Dio che ci chiede sempre: ‘Dov’è tuo fratello?’ (Gen 4,9). I poveri ci mostrano Dio. Essi sono testimoni e maestri della fede nella sua forma più concreta, perché sono gli ultimi, i piccoli, gli emarginati, i dimenticati, le vittime, quelli che senza voce gridano per la giustizia, gli affamati, quelli che possono contare solo su Dio. Le religioni non possono dimenticare mai la centralità dei poveri nella sua missione. I poveri sono la porta santa. Sono la più santa delle porte sante”.

La centralità della mistica tolentiniana è infatti il povero: “I poveri ci insegnano tanto sulla vita spirituale. Ci insegnano l’ascolto. L’ascolto non è soltanto apprendere il discorso verbale. Prima di tutto, è atteggiamento, chinarsi verso l’altro, è dedicargli la nostra attenzione, è disponibilità ad accogliere quello che è stato detto e non detto.

Ascoltare significa offrire una spalla dove l’altro possa poggiare la mano, per alzarsi rapidamente. Poter essere ascoltati ci rilancia nel cammino… I poveri ci insegnano la forza terapeutica della presenza: un semplice tocco aiuta a dissipare i turbamenti, tranquillizza un animo agitato e trasmette un conforto che nessuna macchina o farmaco può dare. Gesù, per esempio, va a toccare l’intoccabile.

Tende la mano a coloro che è proibito toccare. Un uomo malato di lebbra spezza il cordone sanitario e si avvicina a Gesù per dire: ‘Signore, se vuoi, puoi sanarmi’. Ebbene, Gesù non si limita alle parole: ‘Lo voglio’, ma tende la mano e lo tocca.

Preferisce correre il rischio del contagio, nel desiderio di toccare la ferita dell’altro; volendo condividere, come solo attraverso il tocco si condivide, quella sofferenza; aiutando a vincere l’ostracismo, interiorizzato con la separazione forzata…

La mistica non è uno stato di impermeabilità, ma esattamente il suo contrario: una radicale porosità nei confronti della vita e degli altri. Una pelle, una presenza, un battito del cuore, un incontro, un’allegria condivisa con i poveri”.

In questo senso per p. José Tolentino Mendonça “i poveri ci insegnano l’accoglienza di Dio… Non occorre separazione, estraniamento per incontrare il Padre dei cieli: la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva”.

www.korazym.org/29192/lelogio-della-mistica-di-jose-tolentino-mendonca/

www.rebeccalibri.it/elogio-della-sete/

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