Non un crocifisso ma il vuoto, il risorto, l’infinito. Unica eredità: l’oro nelle ferite

L’Abbraccio di Raffaele Quadri

l’oro nelle ferite

«Il Vangelo di Pasqua, con i discepoli chiusi in casa impauriti, ci dice che solo chi ama riuscirà a credere all’impossibile», dice il fondatore della Fraternità di Romenadi Emanuela Citterio

La pieve di Romena è stata costruita in tempore famis, in un periodo di carestia e sofferenza collettiva, nel 1152. Così è scritto su uno dei capitelli di nuda pietra di questa chiesa romanica adagiata sui colli del Casentino, in provincia di Arezzo. Romena da quasi trent’anni è una fraternità, un luogo che emana bellezza. Don Luigi Verdi, nato 61 anni fa a San Giovanni Valdarno (Ar), ha cominciato il suo cammino di prete a Pratovecchio, il paese a valle della pieve. Nel 1991, dopo un periodo di crisi personale e spirituale, ha chiesto al vescovo di Fiesole di poter iniziare un’esperienza nuova, riaprendo l’antica chiesa romanica che nel Medioevo era luogo di sosta per i pellegrini in cammino verso Roma. Da allora, Romena è tornata a essere crocevia di incontri per migliaia di persone in cammino, verso una qualità di vita più autentica e un tessuto diverso di relazioni. Un luogo dove tutti, credenti o meno, possono sostare. «La fraternità che spesso sogno», si legge all’ingresso, «è qualcosa di molto semplice: un’oasi di pace dove possano riposare Dio e l’uomo». Gli incontri, i weekend e le settimane di vita condivisa, i corsi e i convegni che negli ultimi anni hanno popolato Romena si sono fermati con il Coronavirus. Ma almeno due volte alla settimana brevi video di don Gigi e altri amici e collaboratori di Romena arrivano via mail a chi lo desidera, e sono pubblicati sul sito http://www.romena.it. Come una segnaletica sul sentiero, difficile, che tutti stiamo percorrendo. Per la prima volta sarà una Pasqua solitaria ed essenziale quella che don Luigi, per tutti Gigi, celebrerà a Romena. «Cercherò di non riempire il vuoto», dice. «Ho cercato di vivere una Settimana Santa fatta di piccoli gesti: spezzando il pane il giovedì, inchinandomi alla croce il venerdì e celebrando la veglia della risurrezione nella pieve. La cosa bella è questo cristianesimo finalmente nudo: essere spogliati di celebrazioni, liturgie, incontri, dove capisci che l’essenziale non erano i riti, ma poter sentire l’incarnazione come dono. Credo sia stato bello per ognuno provare a vivere la Settimana Santa in questa nudità fatta di pochi gesti, in questo silenzio interiore. Sono giorni in cui ti accorgi di aver vissuto tutto con avidità, correndo, mentre la vita vera era tutta da un’altra parte».

http://www.famigliacristiana.it/articolo/la-speranza-della-pasqua-don-luigi-verdi-nella-notte-del-mondo-fidiamoci-del-risorto

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