c’è dell’oro in questo tempo strano

Padre Ermes Ronchi

Cosa possiamo salvare di questo tempo di incertezza e di crisi? Durante un incontro a Romena lo scorso autunno, padre Ermes Ronchi ha selezionato i frammenti d’oro, per parafrasare una poesia di Mariangela Gualtieri – “C’è dell’oro in questo tempo strano” – che possiamo coltivare in questa fase impensabile. Ne è nato un libro (Edizioni Romena) scritto a due mani insieme a Marina Marcolini (scrittrice e docente universitaria), che ci invita a rileggere quest’epoca di pandemia attraverso la lente della nostra interiorità.

Ermes Ronchi presenterà il suo ultimo lavoro editoriale nell’incontro guidato da Massimo Orlandi, in programma domenica prossima 12 settembre, alleore 15.30 in auditorium.

>>> http://www.romena.it

“Innanzitutto – racconta padre Ermes – ho scoperto che c’è dell’oro nel tempo. In questi mesi ho cercato di ridiventare amico del tempo, che è l’unico materiale che nessuna azienda sulla terra riesce a produrre”.

>>>

c’è dell’oro in questo tempo strano
Credo che quello che ci fa paura non è soffrire ma essere soli mentre soffriamo. Amando una persona che ha una ferita scopriamo che ci stiamo prendendo cura della ‘nostra’ ferita, perché riconosciamo in chi amiamo quella ferita che noi stessi abbiamo. Credo non sia più il tempo delle guide ma il tempo di illuminarci vicendevolmente. la Sapienza è divina, è Dio al femminile. La nostra vita sta in pace solo se può comunicare con la Sapienza e lei ci viene incontro tutti i giorni e tutti i giorni cambia, all’aurora, ora dell’oro (c’è dell’oro in questo tempo strano). La Sapienza viene anche attraverso le persone e l’essenza del divino è abbondanza per tutti! Lei è sovversiva, mette le cose sottosopra perché tutto ciò che è divino non lascia mai le cose come stanno, persino nelle nostre cellule. Alla chiesa auguro e chiedo di essere mondo e di non essere più ‘il centro del mondo’, con i riflettori puntati su di lei, perché non è ‘lei’, si chiama al femminile ma è ancora tanto maschile. Grazie con tutto il cuore. c’è dell’oro in questo tempo strano

Nove Marzo Duemilaventi

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro. Mariangela Gualtieri www.doppiozero.com

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